Siamo tornati in Siria, ad Aleppo. Qui abbiamo operato bambini e ragazzi che portano addosso le devastazioni della guerra. Torneremo presto per proseguire il nostro lavoro.

La città di Aleppo, per secoli uno dei grandi centri commerciali e culturali del Medio Oriente, è diventata, nel 2011, uno dei principali campi di battaglia terminati, nel 2024, con la deposizione del dittatore Bashar al-Assad e con la costituzione di un governo di transizione che vede nel diritto islamico i cardini della legislazione e la tutela di tutte le comunità religiose ed etniche. Pertanto è stato con piacere poter osservare personale medico femminile presente negli ospedali e donne senza alcun velo passeggiare nelle strade.
Molti palazzi del centro, austeri ed eleganti, sembrano chiusi, forse abbandonati durante gli anni della guerra. Altri, tanto in centro quanto in periferia, portano ancora i segni dei bombardamenti. In alcuni quartieri rimangono interi isolati ridotti a scheletri di cemento.

La Siria è oggi un paese economicamente stremato. Oltre mezzo secolo di regime autoritario, decenni di sanzioni internazionali e tredici anni di guerra hanno lasciato un'economia devastata e vaste aree ancora da ricostruire.
Oxfam Italia, un'associazione non profit impegnata nella lotta contro la povertà e le disuguaglianze, segnala che, a dicembre 2026, il 90% della popolazione siriana vive in povertà e il 60% dipende dagli aiuti umanitari per sopravvivere.

Alla distruzione materiale si aggiungono le vite spezzate e le persone inghiottite dalla repressione da parte della dinastia Al Assad: secondo le organizzazioni siriane per i diritti umani, centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini risultano ancora scomparsi o vittime di sparizioni forzate.
Fin dal primo giorno siamo accompagnati dalla Tourist Police Department, che ci segue durante le visite in città e ci scorta persino all'aeroporto al momento della partenza. La presenza delle forze dell'ordine è capillare. Una mattina, quando non sono ancora le sette, due poliziotti in borghese ci fermano e ci chiedono di visionare le fotografie della macchina fotografica. Le controllano tutte, una dopo l'altra, e soltanto alla fine ci lasciano proseguire. Solo allora ci rendiamo conto di trovarci nei pressi della sede del Governatorato, dove, per evidenti ragioni di sicurezza, fotografare è vietato.

L'ambulatorio dell'ospedale pediatrico di Aleppo è un brulicare di madri, la maggioranza con il burqa e altre con il capo velato, accompagnate da una nutrita schiera di bambini. Infermieri e medici, in maggioranza donne, continuano intanto il loro lavoro senza sosta.

Presso l’Al-Razi Hospital la nostra equipe chirurgica ha effettuato alcuni interventi in giovani ragazze e ragazzi con postumi di lesioni dell’ultimo conflitto. Ustioni di viso e mani dovute allo scoppio di bombe al fosforo.
Una giovane ragazza adolescente che avevamo già operato nella missione dell’anno scorso con postumi di lesione per una bomba all’arto superiore destro, l’abbiamo sottoposta ad un secondo intervento per ripristinare la presa con il pollice.
Altri casi sono stati operati in questa seconda missione in Siria in particolare ad Aleppo, con equipe chirurgiche congiunte locali.

All’interno dell’ospedale c’è anche un reparto ustioni dove incontriamo un bimbo devastato nel volto con lamenti strazianti accudito dalla nonna.

Molto lavoro c’è ancora da fare e presto la fondazione invierà altre equipe chirurgiche

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