
Sulla carta geografica il continente africano appare come un monolite. Compatto e granitico. Abitato da un miliardo e quattrocentomila abitanti - il secondo continente dopo l’Asia - è il più povero del pianeta con la maggiore percentuale di popolazione che vive in condizioni di indigenza assoluta. Sebbene inferiore rispetto al passato, l’estrema povertà dell’Africa subsahariana non presenta dati di miglioramento paragonabili a quelli registrati in gran parte dell’Asia orientale e meridionale.
La Repubblica Democratica del Congo, è il secondo stato più grande del continente africano, possiede una delle più vaste ricchezze minerarie del pianeta ma l’81% della popolazione vive con meno di tre dollari al giorno. Malaria, morbillo, colera e tubercolosi continuano a mietere vittime, il tasso di natalità è uno tra i più alti al mondo e il nove per cento dei bambini non raggiunge i cinque anni d’età. E l’aspettativa di vita difficilmente raggiunge i sessantatré.
Sono appena stati accertati dei casi di Ebola nel nord del Paese e pertanto non transita nessuno.
L’equipe di chirurghi della Fondazione War Children Hospital è atterrata la mattina del 17 maggio a Kigali, in Ruanda, e con cinque ore di macchina, tra boscaglie e colline tappezzate da coltivi, ha raggiunto il confine con il Congo.

Ancora qualche ora di attesa, finalmente si riesce a varcare la frontiera.
La contrattazione con le autorità sanitarie congolesi ha dato i suoi frutti.

Il Congo è povero e pochi posseggono un’auto, così sono in molti a camminare lungo la strada, anche lontano dai centri abitati, trasportando beni di ogni genere e spingendo biciclette cariche di merci. Un’umanità che ci accompagna sino alla città di Goma.
Questa prima missione ha come scopo una ricognizione delle condizioni degli ospedali dell’Est del Congo.
La regione orientale del Paese, lungo il lago Kivu, è nelle mani delle milizie filo ruandese M23, una organizzazione che Amnesty International e Human Rights Watch hanno denunciato per i loro crimini: esecuzioni di civili, torture, stupri. E quando sopraggiungono sui loro pickup armati fino ai denti, bisogna farsi da parte.
In città le banche sono chiuse e l’aeroporto è pieno d’erbacce, e per tornare a casa si dovrà di nuovo varcare la frontiera e raggiungere Kigali in Ruanda.
In una periferia di uno dei quartieri più poveri di Goma, la macchina sobbalza inerpicandosi a fatica. Fu l’eruzione del 2021 del vulcano Nyiaragongo, che causò migliaia di morti e provocò l’esodo di decine di migliaia di persone, a rivestire le strade di lava rendendo la guida difficile.
Nel quartiere i bimbi hanno il moccio al naso, vestono indumenti logori e calzano ciabatte sformate.

Una prima visita alla scuola che riporta, in azzurro la scritta: Enseignement Primaire, Secondaire et Technique (EPST), École Privée Agréée, Complexe Scolaire KWETU.


Duecentocinquanta bambini attendono con una canzone di benvenuto. Vestiti come per i giorni di festa, con la camicia bianca e con gonna e pantaloni blu. In riga, educati. Sono circa duecentocinquanta di cui una cinquantina passano la notte in alloggi di fortuna, venti sono orfani e il pasto di mezzogiorno viene preparato con cura perché spesso è l’unico della giornata. La dedizione degli insegnanti, pagati con stipendi da fame, testimonia la forza della passione mentre i banchi di legno e le lavagne al muro ricuciono la precarietà delle mura sbrecciate.




Terminata la visita, i bambini si scatenano in una danza scomposta e gioiosa. I bambini hanno a disposizione solo l’acqua piovana e con l’arrivo della stagione secca rimarranno senza.
La fondazione War Children Hospital si è impegnata a raccogliere fondi per la realizzazione di un pozzo.
I lati della strada sono un unico mercato dove si vende di tutto. Le abitazioni si fanno rade e la strada è piena di buche. Qualche motocicletta e dei robusti monopattini utilizzati per il trasporto di merce. A volte sono quattro o cinque i ragazzi che, inarcando la schiena, li spingono sulle salite. A sinistra il vulcano Nyiaragongo è velato di nubi. Attorno un terreno di cespugli bassi e qualche vacca al pascolo. Si sale di quota e l’aria si raffresca. La città è oramai lontana e attorno solo qualche contadino.
Si arriva seguendo una strada sterrata sino a quando ai nostri piedi appare una targa di legno: Pour n'oublier jamais Luca, Vittorio et Moustafa, che ricorda l’agguato subito dal nostro ambasciatore Attanasio, dal carabiniere Iacovacci e dall’autista Milambo, massacrati a colpi Kalashnikov il 22 febbraio del 2021.

L’incontro con il direttore dell’Hopital Provincial Du Nord Kivu è programmato nel pomeriggio. Un medico pediatra da sempre impegnato nella cura della malnutrizione infantile.








La visita dell’ospedale, costruito nel 1983 dagli italiani, si svolge nei padiglioni caratterizzati da ampie stanze con decine di letti di degenza. Si arriva nella zona dedicata alle visite dove comincia il lavoro di valutazione e visita dei pazienti da parte dell’equipe chirurgica.


Il mattino presto del giorno successivo inizia l’attività dell’equipe chirurgica. I pazienti selezionati il giorno prima nella sala visita, sono ragazzi soldato poco più che adolescenti feriti nella guerra del febbraio 2025 con l’invasione delle milizie filoruandesi. Alcuni di loro presentavano amputazioni digitali dovuti all’inesperienza nell’uso dei fucili. La giornata è dedicata completamente all’attività chirurgica.

Il giorno successivo la missione si trasferisce nel sud della regione del Kivu. L’incontro è programmato con il direttore dell’ospedale della città di Bukavu che raggiungiamo da Goma con un battello con una navigazione di 6 ore.
La città si apre a ventaglio sul lago mentre le case rivestono la collina.
Suor Pierelia riceve l’equipe nella sua congregazione di Bukavu. Imprecando gentilmente contro l’arroganza delle milizie M23 che sfrecciano minacciose sui loro fuoristrada, col suo vecchio Defender si raggiunge il Centro Nutrizionale Saint Joseph.

Le madri, immobili, vigilano silenziose. Si è sempre sentito parlare dei bambini malnutriti che non hanno cibo. Molti di loro non hanno ancora compiuto un anno di vita. Una mamma, con una siringa e una cannula, nutre il figlio con una soluzione iper nutriente.



Suor Pierelia, ci racconta, deve mercanteggiare con l’ospedale per il contributo mensile. Trenta dollari al mese per bimbo. Ma sono tanti i bimbi e pochi i soldi.
L’incontro con il direttore dell’ospedale e con i medici del suo staff ha poste le basi per la successiva missione operativa.
Il ritorno a Goma avviene con un battello più veloce.
La missione ispettiva volge quasi al termine. I casi di Ebola risultano in aumento pertanto la frontiera con il Ruanda permane chiusa.
Il primo tentativo di passaggio verso il Ruanda è vano. Solo il giorno successivo arriva il via libera grazie all’aiuto del console italiano in Ruanda con l’impegno di raggiungere l’aeroporto di Kigali con un taxi senza alcuna sosta intermedia. Si arriva in aeroporto troppo tardi ed il volo programmato per il rientro in Italia è già decollato.
Dobbiamo mantenere la promessa ai bambini dell’orfanotrofio di Goma di trovare i fondi per la costruzione del pozzo.

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